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Questo piccolo spazio dedicato alla letteratura, non poteva non iniziare con un omaggio a Giorgio Caproni e alla profonda semplicità delle sue parole che tanto hanno dato e continuano a dare alla mia vita, diventandone parte integrante.  In un’intervista rilasciata nel 1986 Caproni, ospite del programma televisivo Rai “Poeti d’oggi” a cura di Franco Simongelli, risponde al fatidico interrogativo posto a molti altri grandi poeti del Novecento, ovvero: “Cos’è la poesia?”. Riporto interamente la risposta  del poeta:

“Credo che non lo sappia dire nessuno che cos’è la poesia. Io penso che per me sia stata una ricerca, fin da ragazzo, di me stesso e della mia identità. Vedere chi sono insomma, cercare di capire chi sono e attraverso di me, cercare di capire chi sono gli altri. Perché io penso che il poeta sia un po’ come il minatore che dalla superficie cioè dall’autobiografia scava, scava, scava, scava finché trova un fondo nel proprio Io che è comune a tutti gli uomini. Scopre gli altri in se stesso.”

E’ propria della grandi menti la capacità di trattare e rivelare con estrema semplicità i grandi nodi dell’esistenza. La parola di Caproni è sempre chiara e inclusiva, e riesce  a coniugare lingua popolare e lingua colta in un’armonia perfetta. La poesia di Caproni prende spunto dal quotidiano, dalla realtà sensoriale, vissuta, immanente; è una poesia che osserva, che ricorda, che se ne sta in attesa che le impressioni vissute si riversino sulla pagina. L’approccio emozionale al testo è insomma una regola che autore e lettore devono egualmente sentire , in un discorso di proustiana memoria secondo cui il lettore legge se stesso attraverso l’opera , che diviene dunque un mezzo unico per comprendersi e  trovarsi. ( Giorgio Caproni fu anche un raffinato traduttore dal francese e tra i suoi lavori più importanti vi è   “Il tempo ritrovato” di Marcel Proust , edito da Garzanti n.d.r.)   In un’altra intervista andata in onda sempre sulla Rai nel dicembre 1965, all’interno della trasmissione culturale “L’Approdo”, Caproni si racconta  e spiega qualcosa in più rispetto al suo linguaggio poetico, denominato dai critici “extra-ermetico”, termine ben diverso dall’espressione “antiermetico” che meno gli si addice, in quanto in Caproni è completamente assente il valore contrastivo della parola e del messaggio che essa realizza, laddove la parola è intesa come mezzo di espressione di se stessi e dell’umanità.  Alla domanda che il giornalista gli rivolge o,vvero se egli si sente al passo con i movimenti poetici a lui contemporanei, nonostante non compaiano nei suoi versi “espedienti letterari d’avanguardia”  ,Caproni risponde

” Io penso che dopo tanta distruzione, dopo tanta demolizione del discorso che era diventato accademico, che s’era fatto aulico, oggi si possa benissimo ricostruire un discorso compiuto, un discorso da uomo a uomo, un discorso chiaro in poche parole”.

Una simile dichiarazione che fa professione di chiarezza , porta così a collocare l’intera opera caproniana in quella che dovrebbe essere la vera dimensione della Poesia ovvero quella eterna, che scavalca i tempi umani  La produzione poetica di Giorgio Caproni, seppur segnata da diverse stagioni, non sconfina mai oltre la cornice dell’accessibilità.

Questa professione di chiarezza dunque sarebbe stata la causa  principale del “ritardo” dell’opera poetica di Giorgio Caproni, rispetto al suo valore effettivo e la mancata collocazione nelle cosiddette correnti poetiche del tempo, l’ermetismo da un lato e lo sperimentalismo dall’altro, gli costarono probabilmente  quell’esclusione da parte della critica militante a cui porrà fine negli anni ’50,  solo l’intuito di Pier Paolo Pasolini.

Nel suo Zibaldone, Giacomo Leopardi affermò:

“È curioso a vedere che quasi tutti gli uomini che valgono molto, hanno le maniere semplici; e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore.”

V. Di Cesare

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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