Franz Krauspenhaar – Grandi Momenti: la letteratura vera scampata al compromesso

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Non ne posso più di questa non-violenza di comodo, di questi fascisti in doppiopetto che fanno lingua in bocca con questi sinistrini senza palle, senz’anima, troppo ricchi, grassi, pasciuti, troppo fascisti anche loro, troppo vigliacchi“.

E’ da questa istantanea impeccabile sui nostri tempi che non posso fare a meno di partire, quando penso a “Grandi momenti” di Franz Krauspenhaar, edito da Neo Edizioni. L’ho letto in un giorno e l’ho portato con me in borsa, pur avendolo terminato. Dopo qualche giorno, l’ho riletto nuovamente, andando a sottolinearne i passi più intensi. Dopo l’infarto, il protagonista del libro, lo scrittore Franco Scelsit, sopravvive allo shock ed ha altri occhi con cui guardarsi intorno e soprattutto indietro. Trascina il suo presente in una vita affaticata e vuota, inframezzata da brevi picchi di piacere, e ricerca, senza saperlo, il luogo eletto in cui trovare il senso della propria esistenza. Con altri sopravvissuti ai  crampi del cuore, si incontra di tempo in tempo, in una sorta di rituale anonimo , la “cardiopizza”, e colma un poco la tensione esistenziale.   A tendergli continuamente insidie infatti,  è il rifiuto nei confronti della vita e l’incapacità di affrontarla come gli altri, manichini perfettamente a proprio agio nel marchingegno  in attività, una vita dove nulla esiste nè trova il suo centro,  fagocitata da vuoti indifferenti ad ogni angolo di strada.

 Mi immagino sempre, quando leggo pagine così lucide e coraggiose, intolleranti all’ipocrisia e ai tratti più beceri del nostro presente, che per leggere certe cose bisognerebbe averne il diritto, ma questa è un’utopia e chissà pure se troppo pretenziosa.  Dopo aver letto “Grandi momenti” ho pensato a Bianciardi, quando nel 1962 pubblicò “La vita agra”, romanzo autobiografico in cui il protagonista lascia la provincia per andare a vivere a Milano e ci va per vendicare i minatori morti nella sua cittadina,  durante un esplosione causata da condizioni di lavoro poco sicure; a Milano infatti, ha sede l’industria chimica proprietaria della miniera ed è lì che l’anonimo protagonista vorrà mettere in piedi un piano davvero “esplosivo”, per donare ai dirigenti lo stesso destino degli operai deceduti. A pochi mesi dalla pubblicazione, “La vita agra è  subito best seller ma Bianciardi capisce ben presto che il suo libro non ha avuto l’effetto desiderato, non ha scosso abbastanza le coscienze o, se lo ha fatto, non ha messo i contestati nella condizione di indietreggiare nè i lettori in quella di agire e non solo di dichiararsi a parole, in accordo con certe idee.  Franz Krauspenhaar mi ha ricordato con “Grandi momenti” che esiste e resiste ancora una letteratura vera, con reale valore sociale, quella senza fronzoli nè orpelli inutili, quella che con la penna/ spada racconta le verità più celate, una letteratura che vive affianco ad un’altra meno impegnativa che impera tra le fila di un altro volto della narrativa contemporanea , la più produttiva, che dibatte su se stessa , non potendo fare altrimenti,  e  che poco muove.

Vorrei per Franz Krauspenhaar e per i suoi “Grandi momenti”(si lo so, sto sperando e lo sto facendo davvero) ,  il riconoscimento meritato e legittimo della sua vera verità.

Valentina Di Cesare

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Finalmente il libro su Ivan Graziani che tanto mancava.

 

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Sono sempre  molto grata a chi scrive cose importanti con chiarezza. Contrariamente a quel che si crede, non è una dote così diffusa, al contrario è piuttosto frequente imbattersi in testi critici infarciti  di enciclopedismi sterili che fanno antipatia già da lontano. Paolo Talanca è l’autore di un bel testo critico su Ivan Graziani, intitolato “Ivan Graziani: il primo cantautore rock” , edito da  Crac ed ha quelle rare caratteristiche di cui parlavo sopra.  Come già afferma Scanzi nella bella prefazione al libro,  “Talanca è abruzzese come Ivan, e probabilmente non poteva essere altrimenti. Firma ai gusti solitamente classici, l’autore fornisce qui una ricognizione rapida e mai banale di un artista senz’altro eretico: prima musicista e poi paroliere…”. 

Paolo parte dagli esordi del cantautore teramano, non prima di aver ben sintetizzato la situazione della canzone d’autore italiana di quei tempi, che per usare le sue parole   riferite ai cantautori in attività dalla fine degli anni ’50 in poi “…Cambiano tutto : sia le parole sia la musica. Per ciò che riguarda le parole rifiutano completamente la melodrammaticità forzata e melensa , scrivendo testi che vadano bene per essere cantati , ma dallo spirito più colloquiale.”  Ivan, classe 1945,  vive sulla propria pelle il cambiamento in atto nella musica italiana , divisa tra la tradizione melodica e una sorta di rivoluzione cantautoriale in atto. La canzone d’autore italiana però, come ci spiega bene Paolo, si concentrava su tematiche che Ivan non sentiva di volere esprimere: la politica che tanto affollava i testi altrui, non era nelle sue corde, l’esigenza di parlarne non c’era, mentre vi era piuttosto una tendenza a raccontare tematiche sociali, con un linguaggio diverso, immediato, talvolta selvaggio e poi puro e subito dopo no.

Ivan decide di seguire la sua unicità, la sua strada diversa e personale, chissà che fatica accettarla!  I capitoli  del libro  narrano  gli intenti di Ivan, i primi brani incisi e poi il suo ingresso ufficiale nel mondo della musica, quello delle produzioni importanti : per ogni album Paolo fa analisi interessanti ed autentiche, che spaziano dall’uso della voce (il famoso falsetto di Ivan) alle fonti di ispirazione più disparate, accenni alle vicende private e dichiarazioni bellissime e rivelatorie dalle quali non si dovrebbe prescindere prima di ascoltare anche una sola delle sue canzoni.  Non vorrei sembrare eccessiva nel dire che, a sdoganare Ivan, poteva essere soltanto un abruzzese come lui, capace di raccontare senza retorica i perchè di certe scelte e di certe parole. Nelle canzoni di Ivan c’è l’Abruzzo, non la mera celebrazione di un territorio né tanto meno l’idealizzazione:  c’è concretamente l’essere abruzzesi, ciò che può significare nel senso più vero del termine.

Ho scritto questo articolo  con  “Fuoco sulla collina” in loop, canzone che d’ora in poi ascolterò in maniera diversa, insieme a tutte le altre , perchè ho finalmente capito.  E ne sono grata a Paolo.

Valentina Di Cesare

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Anubi: storie di un dio cane

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Una testa di sciacallo sopra al corpo di un uomo: così gli egizi disegnavano Anubi, il dio che presidiava le imbalsamazioni dei defunti. Le religioni seppur nella loro eternità non sono indistruttibili sulla terra, ed in un non precisato momento della storia antica, qualcosa dev’essere inevitabilmente cambiato perché di Anubi non ss’è sentito più parlare. No, non mi sono tramutata in un’egittologa nella notte: è che mesi fa mi è capitata una cosa strana, ho letto un fumetto. Molte persone lo fanno, io finora non lo avevo per nulla considerato possibile: avevo dato giusto qualche sguardo ai Dylan Dog di mio padre e letto la Pimpa da bambina sul Corriere dei Piccoli.

“Anubi” di Marco Taddei (autore dei testi)  e Simone Angelini (autore dei disegni), edito da GRRRz nel 2015  è il fumetto che mi ha fatto amare il fumetto e non so se potrò mai perdonarglielo. Non mento però, non ho fatto nessuna ricerca : mi sono semplicemente imbattuta nel dio egizio  perché i suoi autori sono abruzzesi e perché lui ormai, il dio, vive sulla costa adriatica. Nostalgico della sua terra a cui non fa ritorno da anni, il dio cane non gode di nessun privilegio per essere un’ex divinità, e ogni giorno, fiumane di campari alleviano forse un po’ il contrasto tra il vuoto del suo frigorifero e la pienezza della sua sorte.

 

Giorni fa ho intervistato gli ideatori, Marco e Simone. E a sentirli parlare  mi è venuta voglia di rileggere un’altra volta Anubi

 

La frustrazione di una divinità ed il suo decadimento mi ricorda l’insoddisfazione post-moderna di chi ha accesso a tutto. E’ così?

M – Anubi non ha accesso a niente se non alla sua sua stessa miseria, alla sua stessa pochezza, alla sua sconfitta perfetta.

S – Ecco, considerando che ha la fortuna di non avere un Pc, uno smartphone, una tv (che gli hanno rubato), sta messo meglio di noi, non si deve sorbire passivamente questa società multilivello di rockstar 24 ore su 24

 

Anubi ha un’essenzialità primitiva, sia nel tratto che nelle parole. Cosa vi si nasconde sotto?

S- La volontà di fare un fumetto senza ammiccamenti, addobbi e cose superflue. Una storia ben solida, con dialoghi asciutti e disegnata cercando l’essenzialità del tratto ed uno storytelling universale, facilmente accessibile.

M – Anubi non nasconde, anzi mostra le ossa.

 

La provincia annoiata e mediocre lascia che un dio-cane sorseggi perennemente Campari in uno dei suoi bar…

M – Se non ci fosse la provincia annoiata, Anubi non avrebbe nemmeno un posto dove andare a sorseggiare i suoi camparini avvelenati di mediocrità.

S – W la provincia annoiata, w i suoi mostri e w le sue perle!

 

 

Non torna da secoli in Egitto e vive emarginato, ha solo amici sociopatici. Il suo destino non è lontano da quello degli immigrati?

M – Penso che gli immigrati abbiano problemi anche a procurasi l’acqua da bere, Anubi almeno una cuccia, un bar, un lavoro al mattatoio ce l’ha. Il suo destino è aperto, quindi idealmente di speranza, cupa, feroce, nichilista “speranza”.

S – Siamo tutti immigrati, o lo saremo presto, e Anubi è uno di noi.

 

Che succederebbe ad Anubi se andasse a San Salvo?

M – Si sentirebbe a suo agio. Ma anche se andasse a Vasto, o Pescara, o Fano, Rimini, Pesaro, Istanbul, Mosca, New York ci starebbe a pennello, ovunque nel mondo c’è una culla a pressione per il suo spirito ribollente.

S – A San Salvo troverebbe un habitat non dissimile da quello Vastse/Pescarese. La città che gli abbiamo creato per le sue disavventure è assimilabile a qualsiasi altra della costa adriatica abruzzese. Sulla rivista Linus gli abbiamo fatto fare una gita a San Remo, mentre pochi giorni fa l’abbiamo scarrozzato in Lombardia in occasione del Bergamo Film Meeting, e si è trovato molto bene!

 

Esmail Mohades: parole di uno scrittore iraniano

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Esmail Mohades nasce a Teheran il 23 agosto 1957 e frequenta gli studi liceali in Iran. Tra il   78-79 partecipa, insieme a milioni di iraniani, al movimento di protesta contro la dittatura dello sciah. Dopo l’insediamento del regime islamico  si reca in Italia dove   si laurea in ingegneria all’Università degli Studi di L’Aquila; attualmente vive e lavora in Italia. Scrive articoli in italiano e lingua farsi (persiano) sull’Iran e sul Medioriente e traduce testi dal persiano all’italiano. Sin dagli inizi degli anni Ottanta svolge  attività in difesa dei diritti umani  per l’instaurazione della democrazia in Iran. Esmail è autore di “Una voce in capitolo“, una narrazione sospesa tra storia e opinioni sugli ultimi 120 anni  in Iran e ha tradotto in italiano la testimonianza di due ex prigioniere politiche iraniane in un libro intitolato “Non si può incatenare il sole” , con la prefazione di Dacia Maraini.

 

“Una voce in capitolo” è il titolo del tuo libro, segnato da una genesi molto lunga. Come nasce e cosa vuole narrare?

Il libro s’è fatto scrivere quasi con prepotenza. La passione per la maggior parte degli iraniani sulla sorte della loro patria è proverbiale, e ognuno la manifesta a suo modo. Io sin dai primissimi anni 80, proprio quando l’Iran cadeva nella morsa spietata dell’integralismo islamico, ho iniziato le mie attività contro il regime e per la democrazia. Il primo passo era spiegare di che regime si trattasse. L’Occidente, d’altronde, è assai sensibile agli affari. Non ci sarebbe in ciò nulla di male se rispettasse i suoi principi e valori. Quindi molte volte abbiamo dovuto spiegare all’opinione pubblica la drammatica situazione socio-politica e dei diritti umani in Iran. Personalmente ho avuto una miriade di incontri sia con personalità che gente comune. Le informazioni non bastavano mai, perché il regime e i suoi sostenitori occidentali con i loro potenti mezzi di  comunicazioni raccontavano una loro storia sull’Iran. È nata  così l’idea di scrivere un libro che raccontasse i fatti del mio amato Iran. Quando l’embrione si andava  formando, pensavo di iniziare raccontando la rivoluzione iraniana del 1979, poi ho pensato che se non avessi  spiegato cos’era successo  prima non sarebbe stata compresa quella magnifica rivoluzione per la democrazia e la libertà.  I lettori non avrebbero potuto avere un’idea chiara se si  fosse taciuto il golpe americano contro il governo democratico di Mossadeg, che di fatto ha bloccato il corso verso la democratizzazione in Iran e in Medio Oriente o altri eventi significativi e determinanti.  Alla fine ho deciso di partire da quell’evento di fine Ottocento che aveva  avviato il cammino per la democrazia nell’Iran moderno. Nonostante l’urgenza, ho resistito tanti anni a non scrivere il libro, perché tuttora credo che un buon scrittore sia colui che non scrivere molto. Alla fine ci ho messo più di dieci anni per finire “Una voce in capitolo”, un libro dove c’è, sebbene distillato, tutto quello che è successo in Iran negli ultimi  120 anni.

 

Il tuo ricordo dell’Iran quando ci vivevi e l’ultimo che ti è rimasto quando lo hai lasciato.

L’amore per l’Iran, ora che sono intimamente un cittadino del mondo, rimane grande. Non credo ai nazionalismi, ma all’accesso ai mondi attraverso il mondo proprio. Certo in Iran ho passato la mia infanzia e l’adolescenza, che nei ricordo di un uomo sono fondamentali. Ho innumerevoli bagagli pieni di mille ricordi, per ora congelati, per non morire di nostalgia. L’ultimo ricordo è della mattina presto quando lasciavo Teheran, il mio fratellino, mio allievo di pallone, avevo portato con sé una palla per dimostrami in aeroporto i risultati dei miei appassionanti insegnamenti. Ho lasciato la mia terra nativa all’inizio del processo di maturazione di un giovane; questa mi costa tuttora. Però sono stato a contatto con un’altra cultura di primo ordine e mi ritengo fortunato.

 

La traduzione di “Non si può incatenare il sole” : oltre che di un lavoro linguistico si è trattato di un viaggio difficile nella storia del tuo paese…

Da sempre mi sono occupato di sostenere i diritti umani ovunque. Il Diritto è il cuore della conquista dell’essere umano che ha lottato contro l’ingiustizia, anche se ai giorni nostri viene tolto pezzo per pezzo dovunque. Dare voce a chi nel buoi del carcere viene “punito” perché lotta per la libertà dovrebbe essere tra i compiti più urgenti di ogni essere umano. Dopo aver raccontato i meccanismi del potere tirannico in “Una voce in capitolo”, m’è sembrato utile raccontare i fatti con la voce dei protagonisti che sulla pelle hanno subito cosa vuole dire la teocrazia al potere. Procedere in questo lavoro anche per me che conosco i misfatti della piovra al potere in Iran era davvero straziante, ma dovevo farlo e l’ho fatto.

Anche se la dittatura in Iran finisse domani, le atrocità compiute per anni dal regime hanno certamente distrutto una buona parte di società forse irrecuperabile.

L’avvento della repubblica islamica in Iran, dove i governi occidentali hanno responsabilità nella sua ascesa e nel suo mantenimento, segnerà la popolazione iraniana per sempre. Un pugno di persone culturalmente arretrate e con molti complessi irrisolti hanno messo le grinfie  su un tesoro qual è  un gande Paese e  una grande Nazione come l’Iran, straziandoli. Hanno sciupato un potenziale rivoluzionario di giustizia e democrazia di un popolo che aveva l’energia di spostare montagne. Oggi siamo di fronte ad un paese con dieci milioni di tossicodipendenti e due milioni di disoccupati laureati, cento venti mila esecuzioni per il reato di opinione e un intero popolo che è costretto a vivere nella doppia morale, quella finta del regime e quella sua intima, e con l’estetistica mi fermo qui.

 

Dov’è e come si realizza in questi casi la speranza?

Nella storia e nei sentimenti intimi di un popolo. In  “Una voce in capitolo”, s’è tracciato un filo rosso che, nella storia moderna dell’Iran, partendo dai patrioti del primissimo Novecento, attraversa gli anni quaranta e cinquanta per arrivare agli anni settanta dove avviene il rovesciamento della dittatura monarchica. Anche dopo l’insediamento della dittatura religiosa in terra dell’Iran  è pieno di donne e uomini che a costo della vita decidono di difendere la libertà del loro popolo e la propria dignità. Bisogna rimproverare i mass media occidentali che in complicità con i loro governi hanno scelto la nefasta politica di appoggio nei confronti di uno dei  peggiori regimi. Ma il cielo della mia amata patria è costellato di stelle che promettono l’arrivo del sole che,  non è un  caso, sorge dal buio totale. Se questa non è speranza?!

 

 

Roberto Pazzi e le città (dimenticate) del suo Dottor Malaguti

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Nel settembre dello scorso anno , mi trovavo all’Università di Craiova nella Romania meridionale, relatrice per il consueto Convegno di Italianistica che l’ateneo romeno organizza da molti anni.  L’atmosfera era molto distesa, contrariamente a quel che capita spesso nei contesti accademici: questo perchè certi ambienti stupidamente impongono di impettirsi e trincerarsi dietro inutili cliché, che io trovo in ogni dove fallimentari, e ancora più goffi nei luoghi in cui si dibatte dell’unica speranza possibile: la letteratura. Tra un intervento e l’altro c’era tempo per scambiarsi pareri e opinioni sulle grandi questioni letterarie del panorama italiano e una professoressa dell’Università di Bucarest, parlandomi del suo grande amore per l’Italia, mi disse di esser rimasta sorpresa dalla rapidità con cui il nostro paese avesse messo da parte uno dei suoi intellettuali viventi più brillanti, Roberto Pazzi e in particolare quello che è da molti considerato il suo capolavoro “Le città del Dottor Malaguti”. Avevo sentito parlare di questo romanzo ma non lo avevo mai letto fino ad allora, conoscevo bene invece  la preziosa penna di  Roberto Pazzi , giornalista  del Corriere della Sera.Tornata in Abruzzo, comprai  “Le città del Dottor Malaguti” , divorandolo in pochi giorni.  All’ultima pagina, all’ultima parola, ho portato lo sguardo in quei punti lontani  e infiniti in cui normalmente ci si rifugia quando un’opera d’arte lascia un segno indelebile dentro di noi.   Alcuni critici sostengono che Pazzi, pur non ammettendolo mai, si consideri l’erede diretto di Giorgio Bassani, anche per alcune analogie biografiche tra i due. Non ho nessun’autorità per permettermi di smentire questa idea, ma se Pazzi ha un’eredità  è a mio parere quella  di Ariosto, ovviamente  contestualizzata e riveduta attraverso un balzo temporale  lungo più di  500 anni.

Sono convinta che l’atmosfera che si respiri a Ferrara non sia casuale.  Ricca e antichissima la sua tradizione culturale, la bellezza della città estense sta forse ancor di più in quella strana contraddizione che la caratterizza : Ferrara è troppo periferica per essere centrale, ma troppo elevata per essere provinciale.  La Bellezza spesso ha sede proprio nel contrasto.

Il Dottor Malaguti, stimato oculista ferrarese ormai defunto, non riesce a staccarsi dalla sua vita e da chi gli è sopravvissuto, restando così aggrappato a quella dimensione di mezzo che gli impedisce  di completare lo strappo definitivo con la dimensione terrena e nel contempo gli consente di osservare da vicino le “malattie dell’anima” dei suoi congiunti. Attraverso l’osservazione invisibile che il Dottore può svolgere senza intralci, nella posizione privilegiata di morto, vengono a galla le pieghe più profonde dei suoi cari. A trainare il carro degli eventi, la storia d’amore tra Toni , il giovane nipote del Dottor Malaguti e una donna più grande di lui Laura, il cui rapporto resiste ai silenzi più eloquenti e alle paure più vere.  Alla storia d’amore  tra i due, fanno da sfondo le incomprensioni tra Toni e suo padre, i desideri mai esauditi di Laura e alla sua sensibilità troppo spesso fallace si alternano gli intrighi e i pettegolezzi di una città che sonnecchia ma non riesce mai a prendere sonno.  In questo romanzo, la potenza visionaria di Roberto Pazzi lascia che il suo lettore salga sull’Ippogrifo e riesca a volare in alto  verso dimensioni fantastiche per poi ridiscendere in picchiata, giù del terreno fitto della storia e del vissuto.

Avete mai visitato Ferrara? Io sì, pochi anni fa per la prima volta, era d’estate quando ci andai e un lontano cicalio si alternava  al rumore lento delle biciclette.  Sono rimasta incantata dalla bellezza pacata di questa città, elegante eppure misteriosa. Se non l’avete ancora visitata fatelo, meglio ancora dopo aver letto questo libro.  La narrazione poetica e visionaria di Roberto Pazzi sarà il vostro tappeto rosso all’ingresso della città estense.

Valentina Di Cesare

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Scipio Slataper, “Tu sai che io sono slavo, tedesco e italiano”

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Ho sempre subito il fascino di tutti i luoghi di frontiera, il confine orientale italiano poi, ha sempre suscitato in me un misto di curiosità e suggestione che ancora non so motivare razionalmente. Forse perché quello orientale è sempre stato, almeno negli ultimi 250 anni,  un confine mobile e perennemente conteso,  dove si sono plasmati i destini di migliaia di persone. Sul confine orientale italiano forse ,troppo si è deciso dell’attuale assetto politico europeo.  Di Slataper ricordo che a colpirmi fu subito  il cognome : l’onomastica friulana, così “esotica” proprio per le componenti eterogenee che  contiene , mi ha anch’essa, sempre affascinata; il mio incontro con Scipio Slataper avvenne all’Università,  mentre seguivo il primo corso di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea.  Il programma di quell’anno era dedicato agli intellettuali de “La Voce”, la rivista culturale e politica fondata da Giuseppe Prezzolini nel 1908 e pubblicata fino al 1916  non senza subire cambiamenti e svolte editoriali e/o tematiche. La Voce resta in ogni caso, una delle riviste più importanti del Noecento italiano che nelle diverse fasi della sua storia, annoverò tra i suoi collaboratori più importanti , intellettuali del calibro di  Salvemini, Croce, Papini, Slataper appunto, Palazzeschi, Cardarelli, Cecchi e molti altri.

Nato nel 1888 da padre slavo e madre italiana, ultimo di 5 fratelli, Scipio Slataper  crebbe nella Trieste austro-ungarica. Il capoluogo friulano insieme a Trento fu città dell’irredentismo, un movimento i cui membri provenivano soprattutto dalla classe borghese, la cui  aspirazione era l’annessione delle città al regno d’Italia.  L’irredentismo fu il nodo centrale del pensiero di Slataper, che subì diverse modifiche nel corso degli anni, soprattutto dopo alcuni avvenimenti che cambiarono le sue prospettive. Dopo un’infanzia trascorsa tra Trieste e l’incontaminato Carso triestino, Scipio frequentò il Liceo Comunale della città ed entrò subito in contatto con l’ ambiente patriottico:  le idee di Mazzini e di Garibaldi fecero immediatamente breccia nel suo animo neoromantico e vigoroso, “l’amor patrio” lo pervadeva e Scipio cominciò così  ad immergersi nel dibattito  sul pro o contro l’irredentismo.  Nonostante la frequenza dei suoi slanci e gli stravolgimenti di alcune sue opinioni però, Scipio si mostrò sempre refrattario ad ogni tipo di collocazione politica, e ad ogni banalizzazione o massificazione del suo sentire politico e sociale: nel corso della sua breve ma intensa vita,  il suo animo anarcoide rimase  sempre fedele a se stesso.  Terminati gli studi superiori, Scipio si ritirò per qualche mese nel Carso triestino a causa di un esaurimento nervoso che lo costrinse ad un periodo di isolamento. L’incontro ravvicinato con i contadini slavi che abitavano quelle zone, spesso offesi in città con epiteti poco gradevoli, dunque il contatto ravvicinato con la comunità slovena  si rivelò fondamentale per la maturazione delle sue idee : dopo questo periodo  il giovane fu  improvvisamente folgorato da un’idea che con forza, si impose sulle convinzioni fino ad allora sostenute: Slataper comprese che sarebbe stato impossibile pensare Trieste senza il nutrito milieu di culture che la componevano, che era quindi   la storia di Trieste ad insegnare la sua unicità, la sua diversità rispetto alle altre città italiane, poiché in essa, nel suo humus si erano  sedimentati secoli di passaggi, di combinazioni, di fusioni.  Con questa nuova utopia di una Trieste internazionalista, la cui italianità  non implicava per forza alla città di legarsi in un’associazione politico-economica con la nazione,  Scipio Slataper si trasferì a Firenze “a diventar classico”, e si iscrisse alla facoltà di Lettere. Arrivato nel capoluogo fiorentino, collaborò con La Voce dove non mancò di esprimersi sull’italianità di frontiera a lui tanto cara, della sua città.

“Il mio Carso” è l’unica opera completa che Slataper abbia lasciato, benché siano molti i suoi scritti giornalistici sparsi su riviste e quotidiani del tempo. Gianni Stuparich inoltre, dopo la morte di Slataper, ne pubblicò postuma la  tesi di laurea dedicata ad Ibsen e curò inoltre l’edizione di  un suo epistolario  . “Il mio Carso” edito dai “Quaderni della Voce” nel 1912, non ha ancora trovato una precisa definizione da parte dei critici della letteratura né tanto meno si è stati in grado finora, di ricondurre l’opera ad un genere letterario adeguato: la natura de “Il mio Carso”  è certamente frammentaria, si comprende sin dall’inizio, e somiglia, a voler trovare una collocazione, ad un diario, un taccuino di impressioni e memorie non sempre trascritti in base ad una logica temporale ben definita; al centro di quest’ esperienza scrittoria completa, emergono gli elementi fondamentali del pensiero slataperiano e i tratti più importanti della sua personalità. La tematica centrale dibattuta nell’opera  è senza dubbio quella del senso di appartenenza  alla sua Trieste, città compromessa dai dissidi etnici ed in particolare ai tempi di Slataper, dilaniata da un contrasto ormai accesissimo tra popolazione italiana e slava. Come molti altri intellettuali triestini, anche Slataper aveva tentato di interpretare inizialmente in maniera costruttiva, la particolare situazione della propria città e più in generale della frontiera orientale italiana , provando dunque ad intravedere una sorta di rovescio della realtà triestina, colma di elementi culturali e politici eterogenei, ma compromessa da sospetti e risentimenti tipici delle zone di confine. Anche Slataper fu  inconsapevolmente e sempre impregnato di tale eterogeneità, soprattutto dal punto di vista culturale e più precisamente letterario:  a Trieste gli stimoli letterari furono largamente europei, stimoli che invece nel medesimo periodo non  avevano ancora raggiunto altre aree del nostro paese, né tanto meno  ambienti intellettuali delle città  italiane più attive, almeno sotto l’aspetto culturale. Il contatto con Firenze, poi con Amburgo dove fu per un anno lettore di italiano all’Università e poi con Roma, dove lavorò come cronista de “Il Resto del Carlino”  se da un lato arricchirono e ampliarono le conoscenze e le prospettive di Slataper, dall’altro acuirono quel dualismo (il  tentennamento sul pro o contro l’irredentismo) che lo tormentò  fino alla morte, avvenuta prematuramente nel 1915 sul Monte Podgora. Slataper ,convinto interventista, come molti altri intellettuali del periodo, all’entrata in guerra dell’Italia si arruolò nei granatieri e fu colpito dal proiettile di un soldato austro-ungarico.  Negli ultimi tempi, complici anche gli eventi bellici, il pensiero di Slataper subì un ulteriore modifica: quello che fino al 1914 Slataper chiamò il proprio “irredentismo culturale” , in merito al quale lo scrittore affermava che ogni triestino potesse vivere esclusivamente in una dimensione internazionalista, in una sorta di vagheggiata federazione tra  popoli, fu sostituito negli ultimi mesi di vita dello scrittore, dalla convinzione della superiorità della stirpe italica sulle altre. Se Slataper  avesse vissuto ancora, se fosse sopravvissuto alla guerra, avrebbe  rivisto di nuovo le sue posizioni? L’identità composita del giovane scrittore accolse ed inglobò in sé tutte le componenti tipiche della cultura triestina; fu forse proprio il suo eclettismo di fondo a renderlo incapace , nel corso della sua breve vita,  sia di accettare che di abbandonare il proprio essere “impuro”, un dualismo eterno che probabilmente non gli avrebbe mai consentito di scegliere.

Valentina Di Cesare

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Giorgio Bassani e “Gli occhiali d’oro”: due emarginazioni,un unico destino.

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Sono venuta a conoscenza di questo piccolo capolavoro grazie alla testimonianza di Elsa Morante,  che in un’intervista parlò de  “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani,  come di uno dei romanzi più belli che avesse mai letto. Il giorno seguente corsi a comprare il libro e lo lessi tutto d’un fiato, trovandomi alla fine, completamente d’accordo con quanto affermato dalla Morante: “Gli occhiali d’oro” è un vero e proprio gioiello della narrativa italiana che avrebbe meritato e meriterebbe tuttora, molta più attenzione di quella che gli è stata riservata.  Uscito nel 1958, “Gli occhiali d’oro” è la storia di Athos Fadigati, otorinolaringoiatra di origini veneziane stabilitosi a Ferrara da molti anni, professionista molto ammirato dalla borghesia cittadina, persona colta, discreta ed elegante, con indosso quegli occhiali dorati segno di distinzione sì, ma anche di differenza.  Fadigati riceve nel suo ambulatorio nel centro della città, le famiglie più importanti di Ferrara, partecipa assiduamente alla vita culturale e ha dalla sua parte la stima della borghesia; tutti questi elementi fanno di Fadigati un uomo perfetto, se non fosse  che a più di quarant’anni il medico veneziano non si è mai visto in giro per la città con una donna ,nè ha mai mostrato l’intenzione di mettere su famiglia. I ferraresi iniziano ad avanzare qualche sospetto, non nominando mai la parola omosessualità ma parlando piuttosto di “vizio”.  Quando ormai in città i dubbi sull’orientamento sessuale di Fadigati sono di dominio pubblico, il medico inizia a viaggiare periodicamente per motivi di lavoro sul treno Ferrara-Bologna, quotidianamente frequentato da giovani universitari appartenenti alle più facoltose famiglie della città. Tra questi siede ogni mattina, anche la voce narrante del romanzo, un giovane ebreo studente alla facoltà di Lettere di Bologna che in seguito troverà molti punti in comune con il medico veneziano. Durante i tragitti in treno, Fadigati cerca di attaccare bottone con i ragazzi e tenta di entrare in confidenza con loro, accettando persino di esser preso in giro e lasciandosi  schernire  dagli studenti.  Deliliers è tra quelli più aggressivi, deride e metter continuamente in ridicolo Fadigati che dal suo canto, resiste nella sua fragilità e sopporta ogni genere di angheria, pur di ricevere un briciolo della sua attenzione. Nel frattempo in città tutti parlano delle “stranezze” del medico, il perbenismo dei ferraresi si accanisce sul povero Fadigati che, arrivata l’estate si reca come di consueto a Riccione dove a villeggiare c’è gran parte della borghesia ferrarese. Il Mare Adriatico fa da sfondo all’evoluzione della storia: Fadigati e il giovane Deliliers sono ormai divenuti una coppia a tutti gli effetti ma la decisione di non nascondere la sua omosessualità non gli verrà mai perdonata, dal vociare continuo dei ferraresi in villeggiatura. Deliliers, dal suo canto, dopo aver approfittato per tutta l’estate dei favori del suo amante, lo abbandona senza farsi scrupoli. La fine dell’estate segna da una parte il ritorno in una  Ferrara piovosa e triste e dall’altra la delusione d’amore per Fadigati. Con l’introduzione delle leggi razziali, l’atmosfera cittadina si fa sempre più cupa e la famiglia ebrea a cui appartiene il narratore, subisce a sua volta come tante altre famiglie della città, un’emarginazione che molto ha in comune con quella  inflitta a Fadigati per altri motivi. Il medico, distrutto ormai dal dolore e dalla condizione di vergogna  che lo avvolge, si suicida un giorno, gettandosi nel Po. La cronaca locale non gli riconoscerà nemmeno un po’ di rispetto, tant’è che in merito alla sua morte si parlerà di annegamento.

“Gli occhiali d’oro” è un romanzo che si sgretola pian piano e che mostra cinicamente come alcune contingenze storiche e sociali possano rivelarsi da un momento all’altro crudeli e distruttive, trascinando in un vortice senza via d’uscita le sue vittime prescelte. La graduale intolleranza che si abbatte su Fadigati a causa della sua omosessualità, si abbatterà similmente sullo studente ebreo e sulla sua famiglia, emarginata  ed esclusa  dalla vita cittadina, in seguito alla campagna antisemita  anticamera dell’olocausto.

In poco meno di 100 pagine, Bassani  trasferisce sulla pagina due drammi umani ancora insuperati, apparentemente lontani ma ambedue alimentati dall’incapacità umana di tollerare, di capire, di solidarizzare. Lo scrittore affronta il tema dell’omosessualità con grande delicatezza, calcando la mano soprattutto sul senso di emarginazione che pian piano pervade la vita di Fadigati.  La grandezza di Bassani sta nel saper  riprodurre perfettamente sulla pagina,  l’incapacità della borghesia ferrarese di affrontare un argomento come quello dell’omosessualità in maniera aperta. Né il vocio, né il pettegolezzo riescono ad essere manifesti; il parlottare della gente ha paura di esprimersi appieno , visto l’argomento poco decoroso;  impera tra le persone una sorta di moralità che sembra regolare persino le dicerie, una moralità ipocrita e subdola che distruggerà più di ogni altra cosa, la vita del protagonista. Lasciando ad un giovane ebreo il ruolo di narratore, Bassani fa inoltre luce sull’emarginazione che interesserà il popolo ebraico, e sulla spietatezza che lo annienterà, prefigurando senza mai rivelarlo, un futuro infausto e inimmaginabile.

Valentina Di Cesare

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