Una persona eccezionale

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Al terzo piano del civico 92, in via degli Ulivi, abitava Luciano Melchiorre, impiegato all’ufficio tecnico del catasto, appassionato di film western e tartarughe marine e collezionista di copricerchi di gomme d’auto. Figlio di Rosa Vicentini, casalinga e della guardia carceriera Alvaro Melchiorre, Luciano era figlio unico, non sposato, a lungo  fidanzato, sicuramente innamorato. Da sempre diligente e silenzioso, con la timidezza bonaria di un piccolo orso, a Luciano le dimostrazioni d’affetto e di stima in casa non erano mai arrivate,  se non per vie traverse da racconti di amici di famiglia che pure lo lodavano per parte dei suoi ma che, con quelle lodi, non erano mai riusciti a colmare il bisogno umano d’amore e di dolcezza che pure Luciano aveva. Dopo il liceo, si era iscritto all’Università laureandosi in quattro anni e mezzo alla facoltà di Architettura, con 110 ma senza lode e vincendo, a distanza di una manciata di mesi, il concorso come tecnico del catasto. Dalla morte della madre, avvenuta pochi giorni dopo la sua assunzione, Luciano aveva continuato a vivere col padre, colpito a distanza di pochi mesi dal lutto, da una brutta malattia alle ossa che lo costringeva al letto. Aiutato nell’assistenza del padre dalla signora Iva, vecchia amica della mamma, Luciano si era dedicato per anni ad accudire l’uomo che gli aveva offerto la vita ma che sulla vita non lo aveva mai rassicurato. In quegli anni, dopo aver collezionato soltanto affettuose amicizie, Luciano aveva incontrato Iride, una giovane maestra con la quale era nata una lunga e travagliata storia d’amore, conclusasi inesorabilmente con l’abbandono da parte di lei che accusava l’uomo di negligenza e scarsa fantasia dentro e fuori dal letto. Nel mettere fine ad un rapporto mai completamente stabile, Iride aveva scaricato addosso a Luciano tutte le sue presunte colpe, senza dimenticare le mancanze, ancora più pesanti da rintracciare, perché appunto mancanti. A pochi giorni dalla separazione, dopo più di dieci anni di malattia, arrivò anche per il vecchio Alvaro Melchiorre l’ultimo respiro terreno; in quei tempi s’erano abbattuti, una dopo l’altra, sulla vita di Luciano, esiti definitivi muti e irrimediabili ai quali l’uomo non sapeva reagire se non col suo solito ossequioso silenzio. Luciano era rimasto ormai tutto solo nel grande appartamento di via degli Ulivi, la notte della vigilia di Natale del 1993, mentre il vento freddo aveva rischiarato le strade di brina . Ai funerali, Iride si era presentata con il suo nuovo compagno ed un mazzo di dalie.   Gli amici, riunitisi intorno a Luciano e al suo dolore, gli promisero compassionevolmente calore e vicinanza incondizionata, ché lui ne aveva bisogno per risalire, rimettersi in carreggiata e tornare finalmente a sorridere, ma le ferie di Natale finirono presto e il catasto lo attendeva. La vita quotidiana aveva così ristabilito i suoi ritmi, il tempo stretto non lasciava spazio alle confessioni e alle follie giornaliere e la solitudine di Luciano s’era fatta tutt’uno col mondo circostante, come un’abitudine a cui ormai non si fa più caso. Il dolore di Luciano, proprio come quello di chiunque altro a questo mondo, apparteneva a lui, nient’altro che a lui e le stagioni andavano e venivano con la consueta fretta, alternate alle festività, alle occasioni e ai riti sociali a cui da sempre e per sempre è affidato il compito ipocrita della speranza. Così alle feste comandate, Ferragosto, Pasqua e Natale, quel piccolo gruppo d’amici si ritrovava a stare insieme per esorcizzare così il fantasma sempre più visibile dell’insoddisfazione.  La sera della vigilia di Natale in particolare, s’era ormai creata la consuetudine di riunirsi tutti a casa di Lisa e Amedeo, una coppia di amici fidanzati dai tempi dell’Università, per cenare e farsi compagnia in attesa della mezzanotte, insieme agli altri della comitiva di sempre: Davide, venditore per un’importante multinazionale, Paolo, proprietario di una nota discoteca della città, Nina, presidentessa di un’associazione umanitaria, Renzo gestore di un tabacchi, . Il pomeriggio della vigilia di Natale, Luciano si preparava con cura, non prima di essere andato al camposanto a portare l’augurio ai suoi genitori. Nell’andare a casa di Amedeo per cena, si fermava alla Pasticceria Nunziatelli a comperare dodici pastarelle e un amaro digestivo da sorseggiare davanti al caminetto, fra una chiacchiera e uno sbadiglio, nella notte più buona dell’anno. Dopo saluti e convenevoli, coi cappotti ancora freddi tra le mani, ci si sedeva tutti attorno alla tavola apparecchiata di rosso, coi bicchieri buoni e il servizio di piatti delle grandi occasioni e si arrivava così, dopo una cena ricca e gustosa, a parlare della vita, a snocciolare i ricordi dell’adolescenza, a dibattere di politica,  lavoro e libertà, a discutere, insomma, dei quotidiani dilemmi e delle incognite più disparate.

Così Amedeo e Lisa, tra un pasto e l’altro, finivano sempre col parlare dei figli, che il destino aveva deciso di non donargli, premio mancato al quale solo loro sapevano rispondere con un’ unione solida e imperturbabile, Davide raccontava dei viaggi di lavoro che lo portavano in tutto il mondo e degli amori disseminati nei più lussuosi alberghi del pianeta, Paolo parlava del suo locale in centro, della cocaina nei bagni e dei tradimenti di tutte le coppie della città, Nina riferiva sulla sua associazione, elencando nomi esotici di villaggi africani dove con impegno e trasparenza, insieme ai suoi volontari erano riusciti a costruire pozzi e scuole e ballato nelle ville di grandi statisti occidentali molto gentili e cordiali, Renzo raccontava dei litigi col suo socio, dei guadagni sempre più esigui, del gioco d’azzardo che portava alla morte.Tardi, quando la mezzanotte era trascorsa da un pezzo e i regali erano già belli e scartati, gli sguardi degli amici si riversavano su Luciano, che fino ad allora  aveva assistito in ossequiosa attenzione alla lista dei loro dibattiti, intervenendo pacatamente con parole sempre moderate e tolleranti. Quando insomma arrivava il turno di Luciano, all’improvviso gli amici decidevano silentemente che non v’era più spazio per il dibattito o la discussione libera e democratica, no! Da quel momento si preferiva il giudizio. Ed il nostro, agli occhi di Renzo, Amedeo, Lisa, Nina e Paolo era immancabilmente il più fortunato della compagnia, perciò di nulla poteva né doveva lamentarsi. I genitori gli avevano lasciato casa in centro con tanto di garage e giardino interno, Iride sì, lo aveva piantato in asso all’improvviso e ormai si era sposata, ma in fondo  loro due non erano mai stati una bella coppia, nemmeno all’inizio, altrimenti nulla li avrebbe separati. E il lavoro? L’ufficio del catasto era ad appena due fermate di tram da casa sua, il fine settimana poi l’aveva sempre libero e anche con le ferie era messo bene.

Non poteva lagnarsi.

Luciano inoltre vantava uno stipendio sufficiente ai suoi bisogni e aveva la fortuna di lavorare con colleghi sempre cordiali e disponibili, tutta brava gente sposata e sistemata che non aveva grilli per la testa e che poteva sempre andargli incontro per qualsiasi richiesta. Terminava sempre così la notte di Natale per Luciano, su cui aleggiava tirannico il diffuso monito amicale che chi non grida vuol dire che di aiuto non ha bisogno e finiva sempre che, il 25 a pranzo da sua zia,  l’uomo raccontava di aver trascorso una vigilia bellissima, di essere un uomo fortunato, con un buon lavoro ed un bel gruppo di amici veri. Tornato a casa nel tardo pomeriggio, all’ombra delle luci più splendenti, Luciano si specchiava dentro e non scovava nulla di quel che gli avevano avvistato addosso gli amici, né tantomeno riusciva a trovar traccia del perché del suo assecondarli. E con gli anni nulla cambiava, anzi il copione era sempre più crudele. Anche a Ferragosto o il Lunedì di Pasqua, della vita di Luciano gli amici mettevano in mostra soltanto i lustrini, ma era soprattutto la notte della Vigilia che quella dell’architetto sembrava essere l’unica esistenza serena, disinvolta, tranquilla a dispetto di quella loro, così difficile, così complicata. A Luciano, quella favola cucitagli addosso cominciava a pesare e se ne dispiaceva, lui in fin dei conti non voleva arrabbiarsi,  non avrebbe mai voluto farlo, eppure qualcosa dentro s’era infuocato, come una mina.

Il 24 dicembre del 1999 Luciano era già in ferie da due giorni, aveva fatto colazione con caffelatte ed una fetta di pandoro ed era uscito a fare alcune commissioni. Dopo pranzo aveva lavato le stoviglie e messo a posto la casa e si era recato, come di consueto, al cimitero a salutare i suoi parenti. Tornato a casa che ormai era quasi buio, Luciano  aveva iniziato a prepararsi con molta calma.Dopo essersi vestito, aveva indossato il cappotto verde in tinta con cravatta e cappello, si era improfumato per bene il collo e le mani, ed era uscito di casa, chiudendo a chiave il portone con doppia mandata.  In quel momento Amedeo gli aveva telefonato per chiedergli la gentilezza di passare a prendere il vino dal suo amico fornitore, ché lui non faceva in tempo  doveva passare in pescheria a ritirare i gamberi.  Luciano aveva risposto affermativamente e con molta fretta si era congedato. Arrivato come ogni anno alla Pasticceria Nunziatelli, quella volta si fece incartare solo due bignè al cioccolato e un diplomatico; pagando e uscì e sorrise, augurando buone feste.A lui non serviva il Natale, non quel Natale lì perlomeno. Aveva deciso di cambiare programma ed andare a cercare un cuore che battesse come il suo. I simili non gli bastavano più, voleva gli uguali.  Dal quel 25 dicembre 1999 nessuno ha più notizie di Luciano Melchiorre.

Ancora adesso gli amici, intervistati da radio e  tv locali, non fanno che ripetere:- Era una persona eccezionale -.

 

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Giorgio Caproni, il poeta è un minatore

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Questo piccolo spazio dedicato alla letteratura, non poteva non iniziare con un omaggio a Giorgio Caproni e alla profonda semplicità delle sue parole che tanto hanno dato e continuano a dare alla mia vita, diventandone parte integrante.  In un’intervista rilasciata nel 1986 Caproni, ospite del programma televisivo Rai “Poeti d’oggi” a cura di Franco Simongelli, risponde al fatidico interrogativo posto a molti altri grandi poeti del Novecento, ovvero: “Cos’è la poesia?”. Riporto interamente la risposta  del poeta:

“Credo che non lo sappia dire nessuno che cos’è la poesia. Io penso che per me sia stata una ricerca, fin da ragazzo, di me stesso e della mia identità. Vedere chi sono insomma, cercare di capire chi sono e attraverso di me, cercare di capire chi sono gli altri. Perché io penso che il poeta sia un po’ come il minatore che dalla superficie cioè dall’autobiografia scava, scava, scava, scava finché trova un fondo nel proprio Io che è comune a tutti gli uomini. Scopre gli altri in se stesso.”

E’ propria della grandi menti la capacità di trattare e rivelare con estrema semplicità i grandi nodi dell’esistenza. La parola di Caproni è sempre chiara e inclusiva, e riesce  a coniugare lingua popolare e lingua colta in un’armonia perfetta. La poesia di Caproni prende spunto dal quotidiano, dalla realtà sensoriale, vissuta, immanente; è una poesia che osserva, che ricorda, che se ne sta in attesa che le impressioni vissute si riversino sulla pagina. L’approccio emozionale al testo è insomma una regola che autore e lettore devono egualmente sentire , in un discorso di proustiana memoria secondo cui il lettore legge se stesso attraverso l’opera , che diviene dunque un mezzo unico per comprendersi e  trovarsi. ( Giorgio Caproni fu anche un raffinato traduttore dal francese e tra i suoi lavori più importanti vi è   “Il tempo ritrovato” di Marcel Proust , edito da Garzanti n.d.r.)   In un’altra intervista andata in onda sempre sulla Rai nel dicembre 1965, all’interno della trasmissione culturale “L’Approdo”, Caproni si racconta  e spiega qualcosa in più rispetto al suo linguaggio poetico, denominato dai critici “extra-ermetico”, termine ben diverso dall’espressione “antiermetico” che meno gli si addice, in quanto in Caproni è completamente assente il valore contrastivo della parola e del messaggio che essa realizza, laddove la parola è intesa come mezzo di espressione di se stessi e dell’umanità.  Alla domanda che il giornalista gli rivolge o,vvero se egli si sente al passo con i movimenti poetici a lui contemporanei, nonostante non compaiano nei suoi versi “espedienti letterari d’avanguardia”  ,Caproni risponde

” Io penso che dopo tanta distruzione, dopo tanta demolizione del discorso che era diventato accademico, che s’era fatto aulico, oggi si possa benissimo ricostruire un discorso compiuto, un discorso da uomo a uomo, un discorso chiaro in poche parole”.

Una simile dichiarazione che fa professione di chiarezza , porta così a collocare l’intera opera caproniana in quella che dovrebbe essere la vera dimensione della Poesia ovvero quella eterna, che scavalca i tempi umani  La produzione poetica di Giorgio Caproni, seppur segnata da diverse stagioni, non sconfina mai oltre la cornice dell’accessibilità.

Questa professione di chiarezza dunque sarebbe stata la causa  principale del “ritardo” dell’opera poetica di Giorgio Caproni, rispetto al suo valore effettivo e la mancata collocazione nelle cosiddette correnti poetiche del tempo, l’ermetismo da un lato e lo sperimentalismo dall’altro, gli costarono probabilmente  quell’esclusione da parte della critica militante a cui porrà fine negli anni ’50,  solo l’intuito di Pier Paolo Pasolini.

Nel suo Zibaldone, Giacomo Leopardi affermò:

“È curioso a vedere che quasi tutti gli uomini che valgono molto, hanno le maniere semplici; e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore.”

V. Di Cesare

 

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