Giorgio Bassani e “Gli occhiali d’oro”: due emarginazioni,un unico destino.

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Sono venuta a conoscenza di questo piccolo capolavoro grazie alla testimonianza di Elsa Morante,  che in un’intervista parlò de  “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani,  come di uno dei romanzi più belli che avesse mai letto. Il giorno seguente corsi a comprare il libro e lo lessi tutto d’un fiato, trovandomi alla fine, completamente d’accordo con quanto affermato dalla Morante: “Gli occhiali d’oro” è un vero e proprio gioiello della narrativa italiana che avrebbe meritato e meriterebbe tuttora, molta più attenzione di quella che gli è stata riservata.  Uscito nel 1958, “Gli occhiali d’oro” è la storia di Athos Fadigati, otorinolaringoiatra di origini veneziane stabilitosi a Ferrara da molti anni, professionista molto ammirato dalla borghesia cittadina, persona colta, discreta ed elegante, con indosso quegli occhiali dorati segno di distinzione sì, ma anche di differenza.  Fadigati riceve nel suo ambulatorio nel centro della città, le famiglie più importanti di Ferrara, partecipa assiduamente alla vita culturale e ha dalla sua parte la stima della borghesia; tutti questi elementi fanno di Fadigati un uomo perfetto, se non fosse  che a più di quarant’anni il medico veneziano non si è mai visto in giro per la città con una donna ,nè ha mai mostrato l’intenzione di mettere su famiglia. I ferraresi iniziano ad avanzare qualche sospetto, non nominando mai la parola omosessualità ma parlando piuttosto di “vizio”.  Quando ormai in città i dubbi sull’orientamento sessuale di Fadigati sono di dominio pubblico, il medico inizia a viaggiare periodicamente per motivi di lavoro sul treno Ferrara-Bologna, quotidianamente frequentato da giovani universitari appartenenti alle più facoltose famiglie della città. Tra questi siede ogni mattina, anche la voce narrante del romanzo, un giovane ebreo studente alla facoltà di Lettere di Bologna che in seguito troverà molti punti in comune con il medico veneziano. Durante i tragitti in treno, Fadigati cerca di attaccare bottone con i ragazzi e tenta di entrare in confidenza con loro, accettando persino di esser preso in giro e lasciandosi  schernire  dagli studenti.  Deliliers è tra quelli più aggressivi, deride e metter continuamente in ridicolo Fadigati che dal suo canto, resiste nella sua fragilità e sopporta ogni genere di angheria, pur di ricevere un briciolo della sua attenzione. Nel frattempo in città tutti parlano delle “stranezze” del medico, il perbenismo dei ferraresi si accanisce sul povero Fadigati che, arrivata l’estate si reca come di consueto a Riccione dove a villeggiare c’è gran parte della borghesia ferrarese. Il Mare Adriatico fa da sfondo all’evoluzione della storia: Fadigati e il giovane Deliliers sono ormai divenuti una coppia a tutti gli effetti ma la decisione di non nascondere la sua omosessualità non gli verrà mai perdonata, dal vociare continuo dei ferraresi in villeggiatura. Deliliers, dal suo canto, dopo aver approfittato per tutta l’estate dei favori del suo amante, lo abbandona senza farsi scrupoli. La fine dell’estate segna da una parte il ritorno in una  Ferrara piovosa e triste e dall’altra la delusione d’amore per Fadigati. Con l’introduzione delle leggi razziali, l’atmosfera cittadina si fa sempre più cupa e la famiglia ebrea a cui appartiene il narratore, subisce a sua volta come tante altre famiglie della città, un’emarginazione che molto ha in comune con quella  inflitta a Fadigati per altri motivi. Il medico, distrutto ormai dal dolore e dalla condizione di vergogna  che lo avvolge, si suicida un giorno, gettandosi nel Po. La cronaca locale non gli riconoscerà nemmeno un po’ di rispetto, tant’è che in merito alla sua morte si parlerà di annegamento.

“Gli occhiali d’oro” è un romanzo che si sgretola pian piano e che mostra cinicamente come alcune contingenze storiche e sociali possano rivelarsi da un momento all’altro crudeli e distruttive, trascinando in un vortice senza via d’uscita le sue vittime prescelte. La graduale intolleranza che si abbatte su Fadigati a causa della sua omosessualità, si abbatterà similmente sullo studente ebreo e sulla sua famiglia, emarginata  ed esclusa  dalla vita cittadina, in seguito alla campagna antisemita  anticamera dell’olocausto.

In poco meno di 100 pagine, Bassani  trasferisce sulla pagina due drammi umani ancora insuperati, apparentemente lontani ma ambedue alimentati dall’incapacità umana di tollerare, di capire, di solidarizzare. Lo scrittore affronta il tema dell’omosessualità con grande delicatezza, calcando la mano soprattutto sul senso di emarginazione che pian piano pervade la vita di Fadigati.  La grandezza di Bassani sta nel saper  riprodurre perfettamente sulla pagina,  l’incapacità della borghesia ferrarese di affrontare un argomento come quello dell’omosessualità in maniera aperta. Né il vocio, né il pettegolezzo riescono ad essere manifesti; il parlottare della gente ha paura di esprimersi appieno , visto l’argomento poco decoroso;  impera tra le persone una sorta di moralità che sembra regolare persino le dicerie, una moralità ipocrita e subdola che distruggerà più di ogni altra cosa, la vita del protagonista. Lasciando ad un giovane ebreo il ruolo di narratore, Bassani fa inoltre luce sull’emarginazione che interesserà il popolo ebraico, e sulla spietatezza che lo annienterà, prefigurando senza mai rivelarlo, un futuro infausto e inimmaginabile.

Valentina Di Cesare

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Giorgio Caproni, il poeta è un minatore

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Questo piccolo spazio dedicato alla letteratura, non poteva non iniziare con un omaggio a Giorgio Caproni e alla profonda semplicità delle sue parole che tanto hanno dato e continuano a dare alla mia vita, diventandone parte integrante.  In un’intervista rilasciata nel 1986 Caproni, ospite del programma televisivo Rai “Poeti d’oggi” a cura di Franco Simongelli, risponde al fatidico interrogativo posto a molti altri grandi poeti del Novecento, ovvero: “Cos’è la poesia?”. Riporto interamente la risposta  del poeta:

“Credo che non lo sappia dire nessuno che cos’è la poesia. Io penso che per me sia stata una ricerca, fin da ragazzo, di me stesso e della mia identità. Vedere chi sono insomma, cercare di capire chi sono e attraverso di me, cercare di capire chi sono gli altri. Perché io penso che il poeta sia un po’ come il minatore che dalla superficie cioè dall’autobiografia scava, scava, scava, scava finché trova un fondo nel proprio Io che è comune a tutti gli uomini. Scopre gli altri in se stesso.”

E’ propria della grandi menti la capacità di trattare e rivelare con estrema semplicità i grandi nodi dell’esistenza. La parola di Caproni è sempre chiara e inclusiva, e riesce  a coniugare lingua popolare e lingua colta in un’armonia perfetta. La poesia di Caproni prende spunto dal quotidiano, dalla realtà sensoriale, vissuta, immanente; è una poesia che osserva, che ricorda, che se ne sta in attesa che le impressioni vissute si riversino sulla pagina. L’approccio emozionale al testo è insomma una regola che autore e lettore devono egualmente sentire , in un discorso di proustiana memoria secondo cui il lettore legge se stesso attraverso l’opera , che diviene dunque un mezzo unico per comprendersi e  trovarsi. ( Giorgio Caproni fu anche un raffinato traduttore dal francese e tra i suoi lavori più importanti vi è   “Il tempo ritrovato” di Marcel Proust , edito da Garzanti n.d.r.)   In un’altra intervista andata in onda sempre sulla Rai nel dicembre 1965, all’interno della trasmissione culturale “L’Approdo”, Caproni si racconta  e spiega qualcosa in più rispetto al suo linguaggio poetico, denominato dai critici “extra-ermetico”, termine ben diverso dall’espressione “antiermetico” che meno gli si addice, in quanto in Caproni è completamente assente il valore contrastivo della parola e del messaggio che essa realizza, laddove la parola è intesa come mezzo di espressione di se stessi e dell’umanità.  Alla domanda che il giornalista gli rivolge o,vvero se egli si sente al passo con i movimenti poetici a lui contemporanei, nonostante non compaiano nei suoi versi “espedienti letterari d’avanguardia”  ,Caproni risponde

” Io penso che dopo tanta distruzione, dopo tanta demolizione del discorso che era diventato accademico, che s’era fatto aulico, oggi si possa benissimo ricostruire un discorso compiuto, un discorso da uomo a uomo, un discorso chiaro in poche parole”.

Una simile dichiarazione che fa professione di chiarezza , porta così a collocare l’intera opera caproniana in quella che dovrebbe essere la vera dimensione della Poesia ovvero quella eterna, che scavalca i tempi umani  La produzione poetica di Giorgio Caproni, seppur segnata da diverse stagioni, non sconfina mai oltre la cornice dell’accessibilità.

Questa professione di chiarezza dunque sarebbe stata la causa  principale del “ritardo” dell’opera poetica di Giorgio Caproni, rispetto al suo valore effettivo e la mancata collocazione nelle cosiddette correnti poetiche del tempo, l’ermetismo da un lato e lo sperimentalismo dall’altro, gli costarono probabilmente  quell’esclusione da parte della critica militante a cui porrà fine negli anni ’50,  solo l’intuito di Pier Paolo Pasolini.

Nel suo Zibaldone, Giacomo Leopardi affermò:

“È curioso a vedere che quasi tutti gli uomini che valgono molto, hanno le maniere semplici; e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore.”

V. Di Cesare

 

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