Roberto Pazzi e le città (dimenticate) del suo Dottor Malaguti

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Nel settembre dello scorso anno , mi trovavo all’Università di Craiova nella Romania meridionale, relatrice per il consueto Convegno di Italianistica che l’ateneo romeno organizza da molti anni.  L’atmosfera era molto distesa, contrariamente a quel che capita spesso nei contesti accademici: questo perchè certi ambienti stupidamente impongono di impettirsi e trincerarsi dietro inutili cliché, che io trovo in ogni dove fallimentari, e ancora più goffi nei luoghi in cui si dibatte dell’unica speranza possibile: la letteratura. Tra un intervento e l’altro c’era tempo per scambiarsi pareri e opinioni sulle grandi questioni letterarie del panorama italiano e una professoressa dell’Università di Bucarest, parlandomi del suo grande amore per l’Italia, mi disse di esser rimasta sorpresa dalla rapidità con cui il nostro paese avesse messo da parte uno dei suoi intellettuali viventi più brillanti, Roberto Pazzi e in particolare quello che è da molti considerato il suo capolavoro “Le città del Dottor Malaguti”. Avevo sentito parlare di questo romanzo ma non lo avevo mai letto fino ad allora, conoscevo bene invece  la preziosa penna di  Roberto Pazzi , giornalista  del Corriere della Sera.Tornata in Abruzzo, comprai  “Le città del Dottor Malaguti” , divorandolo in pochi giorni.  All’ultima pagina, all’ultima parola, ho portato lo sguardo in quei punti lontani  e infiniti in cui normalmente ci si rifugia quando un’opera d’arte lascia un segno indelebile dentro di noi.   Alcuni critici sostengono che Pazzi, pur non ammettendolo mai, si consideri l’erede diretto di Giorgio Bassani, anche per alcune analogie biografiche tra i due. Non ho nessun’autorità per permettermi di smentire questa idea, ma se Pazzi ha un’eredità  è a mio parere quella  di Ariosto, ovviamente  contestualizzata e riveduta attraverso un balzo temporale  lungo più di  500 anni.

Sono convinta che l’atmosfera che si respiri a Ferrara non sia casuale.  Ricca e antichissima la sua tradizione culturale, la bellezza della città estense sta forse ancor di più in quella strana contraddizione che la caratterizza : Ferrara è troppo periferica per essere centrale, ma troppo elevata per essere provinciale.  La Bellezza spesso ha sede proprio nel contrasto.

Il Dottor Malaguti, stimato oculista ferrarese ormai defunto, non riesce a staccarsi dalla sua vita e da chi gli è sopravvissuto, restando così aggrappato a quella dimensione di mezzo che gli impedisce  di completare lo strappo definitivo con la dimensione terrena e nel contempo gli consente di osservare da vicino le “malattie dell’anima” dei suoi congiunti. Attraverso l’osservazione invisibile che il Dottore può svolgere senza intralci, nella posizione privilegiata di morto, vengono a galla le pieghe più profonde dei suoi cari. A trainare il carro degli eventi, la storia d’amore tra Toni , il giovane nipote del Dottor Malaguti e una donna più grande di lui Laura, il cui rapporto resiste ai silenzi più eloquenti e alle paure più vere.  Alla storia d’amore  tra i due, fanno da sfondo le incomprensioni tra Toni e suo padre, i desideri mai esauditi di Laura e alla sua sensibilità troppo spesso fallace si alternano gli intrighi e i pettegolezzi di una città che sonnecchia ma non riesce mai a prendere sonno.  In questo romanzo, la potenza visionaria di Roberto Pazzi lascia che il suo lettore salga sull’Ippogrifo e riesca a volare in alto  verso dimensioni fantastiche per poi ridiscendere in picchiata, giù del terreno fitto della storia e del vissuto.

Avete mai visitato Ferrara? Io sì, pochi anni fa per la prima volta, era d’estate quando ci andai e un lontano cicalio si alternava  al rumore lento delle biciclette.  Sono rimasta incantata dalla bellezza pacata di questa città, elegante eppure misteriosa. Se non l’avete ancora visitata fatelo, meglio ancora dopo aver letto questo libro.  La narrazione poetica e visionaria di Roberto Pazzi sarà il vostro tappeto rosso all’ingresso della città estense.

Valentina Di Cesare

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giorgio Bassani e “Gli occhiali d’oro”: due emarginazioni,un unico destino.

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Sono venuta a conoscenza di questo piccolo capolavoro grazie alla testimonianza di Elsa Morante,  che in un’intervista parlò de  “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani,  come di uno dei romanzi più belli che avesse mai letto. Il giorno seguente corsi a comprare il libro e lo lessi tutto d’un fiato, trovandomi alla fine, completamente d’accordo con quanto affermato dalla Morante: “Gli occhiali d’oro” è un vero e proprio gioiello della narrativa italiana che avrebbe meritato e meriterebbe tuttora, molta più attenzione di quella che gli è stata riservata.  Uscito nel 1958, “Gli occhiali d’oro” è la storia di Athos Fadigati, otorinolaringoiatra di origini veneziane stabilitosi a Ferrara da molti anni, professionista molto ammirato dalla borghesia cittadina, persona colta, discreta ed elegante, con indosso quegli occhiali dorati segno di distinzione sì, ma anche di differenza.  Fadigati riceve nel suo ambulatorio nel centro della città, le famiglie più importanti di Ferrara, partecipa assiduamente alla vita culturale e ha dalla sua parte la stima della borghesia; tutti questi elementi fanno di Fadigati un uomo perfetto, se non fosse  che a più di quarant’anni il medico veneziano non si è mai visto in giro per la città con una donna ,nè ha mai mostrato l’intenzione di mettere su famiglia. I ferraresi iniziano ad avanzare qualche sospetto, non nominando mai la parola omosessualità ma parlando piuttosto di “vizio”.  Quando ormai in città i dubbi sull’orientamento sessuale di Fadigati sono di dominio pubblico, il medico inizia a viaggiare periodicamente per motivi di lavoro sul treno Ferrara-Bologna, quotidianamente frequentato da giovani universitari appartenenti alle più facoltose famiglie della città. Tra questi siede ogni mattina, anche la voce narrante del romanzo, un giovane ebreo studente alla facoltà di Lettere di Bologna che in seguito troverà molti punti in comune con il medico veneziano. Durante i tragitti in treno, Fadigati cerca di attaccare bottone con i ragazzi e tenta di entrare in confidenza con loro, accettando persino di esser preso in giro e lasciandosi  schernire  dagli studenti.  Deliliers è tra quelli più aggressivi, deride e metter continuamente in ridicolo Fadigati che dal suo canto, resiste nella sua fragilità e sopporta ogni genere di angheria, pur di ricevere un briciolo della sua attenzione. Nel frattempo in città tutti parlano delle “stranezze” del medico, il perbenismo dei ferraresi si accanisce sul povero Fadigati che, arrivata l’estate si reca come di consueto a Riccione dove a villeggiare c’è gran parte della borghesia ferrarese. Il Mare Adriatico fa da sfondo all’evoluzione della storia: Fadigati e il giovane Deliliers sono ormai divenuti una coppia a tutti gli effetti ma la decisione di non nascondere la sua omosessualità non gli verrà mai perdonata, dal vociare continuo dei ferraresi in villeggiatura. Deliliers, dal suo canto, dopo aver approfittato per tutta l’estate dei favori del suo amante, lo abbandona senza farsi scrupoli. La fine dell’estate segna da una parte il ritorno in una  Ferrara piovosa e triste e dall’altra la delusione d’amore per Fadigati. Con l’introduzione delle leggi razziali, l’atmosfera cittadina si fa sempre più cupa e la famiglia ebrea a cui appartiene il narratore, subisce a sua volta come tante altre famiglie della città, un’emarginazione che molto ha in comune con quella  inflitta a Fadigati per altri motivi. Il medico, distrutto ormai dal dolore e dalla condizione di vergogna  che lo avvolge, si suicida un giorno, gettandosi nel Po. La cronaca locale non gli riconoscerà nemmeno un po’ di rispetto, tant’è che in merito alla sua morte si parlerà di annegamento.

“Gli occhiali d’oro” è un romanzo che si sgretola pian piano e che mostra cinicamente come alcune contingenze storiche e sociali possano rivelarsi da un momento all’altro crudeli e distruttive, trascinando in un vortice senza via d’uscita le sue vittime prescelte. La graduale intolleranza che si abbatte su Fadigati a causa della sua omosessualità, si abbatterà similmente sullo studente ebreo e sulla sua famiglia, emarginata  ed esclusa  dalla vita cittadina, in seguito alla campagna antisemita  anticamera dell’olocausto.

In poco meno di 100 pagine, Bassani  trasferisce sulla pagina due drammi umani ancora insuperati, apparentemente lontani ma ambedue alimentati dall’incapacità umana di tollerare, di capire, di solidarizzare. Lo scrittore affronta il tema dell’omosessualità con grande delicatezza, calcando la mano soprattutto sul senso di emarginazione che pian piano pervade la vita di Fadigati.  La grandezza di Bassani sta nel saper  riprodurre perfettamente sulla pagina,  l’incapacità della borghesia ferrarese di affrontare un argomento come quello dell’omosessualità in maniera aperta. Né il vocio, né il pettegolezzo riescono ad essere manifesti; il parlottare della gente ha paura di esprimersi appieno , visto l’argomento poco decoroso;  impera tra le persone una sorta di moralità che sembra regolare persino le dicerie, una moralità ipocrita e subdola che distruggerà più di ogni altra cosa, la vita del protagonista. Lasciando ad un giovane ebreo il ruolo di narratore, Bassani fa inoltre luce sull’emarginazione che interesserà il popolo ebraico, e sulla spietatezza che lo annienterà, prefigurando senza mai rivelarlo, un futuro infausto e inimmaginabile.

Valentina Di Cesare

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